5 dicembreBEATO GIOVANNI GRADENIGO monaco

Figlio di Pietro di Marco, nacque verso il 930 e fu legato da profonda amicizia con Pietro Orseolo, futuro doge, con cui alcuni autori lo vogliono imparentato (o genero o nipote).
In un momento assai convulso della storia di Venezia, con la fine tragica del dogado di Pietro Candiano IV, con l'incendio del palazzo ducale e l'esecuzione sommaria del doge e del figlioletto, Giovanni dimostrò la sua umanità ricomponendo le salme dei due sventurati, che erano state abbandonate in campo delle Beccherie alla pubblica ignominia e lasciate in pasto ai cani, e le traslò al monastero di sant'Ilario per una cristiana sepoltura.
Il doge Pietro Orseolo, più incline ad opere di carità e di vita religiosa che ad esercitare il potere in un momento non ancora del tutto tranquillo, in una notte del 961 assieme a Giovanni abbandonò Venezia e la vita politica, persuaso dalle parole dell'abate Guarino e degli eremiti Marino e Romualdo, abbracciando la vita monastica.
Raggiunto il monastero benedettino di san Cassano (Saint Michel de Cussan) in Aquitania, i due compagni ricevettero la "coccola" monastica e, dopo un anno di noviziato, furono ammessi nell'eremo sotto la guida di Romualdo.
Alla morte del fraterno amico e compagno Pietro Orseolo (970 circa) Giovanni divenne il discepolo prediletto di Romualdo che lo inviò al monastero di Montecassino.
Lì giunto il Gradenigo, sentendo forte il desiderio di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme, venne meno al vincolo di obbedienza giurato a Romualdo.
"Ma non tardò molto la mano del Signore ad aggravarsi sopra di lui in modo, che entrato in sé medesimo, riconoscesse il suo fallo": il cavallo si imbizzarrì e con un calcio ruppe una gamba al Gradenigo, il quale interpretò questo fatto come un invito celeste a non lasciare Montecassino.
Questi tornò sui suoi passi e costruì un'umile cella vicino al monastero con una cappellina dedicata alla Madonna. Qui visse per trent'anni una vita ascetica ai limiti della sopravvivenza, con rigorosi digiuni.
La sua fama di uomo virtuoso, avverso alla calunnia, si diffondeva richiamando fedeli e nuovi discepoli; in particolare infatti non tollerava la mormorazione e si indignava moltissimo se qualcuno mormorava in sua presenza.
Suoi discepoli furono san Pier Damiani, il futuro papa Vittore III, san Benedetto da Benevento, Giovanni I abate di Montecassino e Leone Ostiense.
Spirò in odor di santità nel febbraio 1010 e di lì a poco, per sua intercessione, avvennero vari miracoli, sì che ben presto fu dichiarato beato ("molti de Benedettini e tutti i Camaldolesi Scrittori, convengono in chiamarlo che Santo, e chi Beato"). Lo stesso san Pier Damiani, che trent'anni dopo ne visitò il sepolcro, lo definì santo.


[ Testo inviato da Andrea Gradenigo - Venezia ]


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