Cles è una bella borgata sita al centro della Valle di Non, a 658 metri slm su una ubertosa e soleggiata spianata. E' nodo stradale importante, centro frutticolo, commerciale e industriale fra i più notevoli del Trentino. Capoluogo amministrativo della Valle di Non, è un paese ricco di storia e in rapida, continua evoluzione.
Cles ha origini molto antiche e nei suoi dintorni sono state fatte delle importantissime scoperte archeologiche riguardanti il periodo che va dall'età eneolitica a quella romana. Fra gli oggetti, molti dei quali sono conservati al Museo provinciale dell'arte a Trento, venne alla luce nel 1869 la famosa Tabula Clesiana, documento di capitale importanza per lo studio della storia romana dei popoli alpini. Si tratta di una tavoletta di bronzo con la quale l'imperatore Claudio concedeva la cittadinanza romana agli abitanti delle valli del Noce (46 d.C.).
Pez era castelliere preistorico. Assieme ad altre cinque ville (Prato, Spinaceda, Maiano, Caltron, Dres) formava l'antica borgata di Cles. All'epoca longobarda fu sede di una gastaldia. Dal 1027 al 1803 restò sempre sotto il dominio dei principi vescovi di Trento e ne XII secolo fu il centro delle cinque gastaldie delle valli del Noce. Da Cles prese il nome la nobile famiglie Clesio, una fra le più antiche ed illustri del Trentino. Essa diede i natali a Bernardo Clesio, cardinale e principe-vescovo di Trento, artefice del Concilio di Trento, consigliere di imperatori, principe rinascimentale, sagace giurista, costruttore di chiese e castelli.
Sulla piazza di affaccia l'antica e monumentale chiesa dell'Assunta, ricostruita nel tipico gotico clesiano fra il 1518 e il 1522. Fu ingrandita nel 1821 e restaurata nel 1941-50. La chiesa è ricordata per la prima volta nel 1128. Il portale maggiore reca nella lunetta un affresco dell'Annunciazione. E' sormontato dallo stemma dei Clesio con iscrizione e da un bel rosone che alleggerisce l'aerea facciata dal tetto a due spioventi molto ripidi. Sulla porta di settentrione vi sono gli stemmi di Trento e del Clesio e affreschi raffiguranti la Crocifissione, Gesù nell'orto degli ulivi e la Ressurrezione. L'interno è ad un'unica navata con ardito arcone dell presbiterio. Una fitta rete di nervature, che scende sulle pareti laterlai poggiando su mensole e peducci, orna la volta gotica. L'altare maggiore è marmoreo, opera di Teodoro Benedetti di Castiglione (1768). La pala dell'Assunta è del pittore Pietro Antonio Lorenzoni di Cles (1776). La chiesa vanta un gonfalone di Mattia Lampi e una preziosa argenteri Finestroni a traforo e un antico orologio fregiano il caratteristico, slanciato campanile gotico.
Immediatamente a nord della borgata si trova Castello di Cles, situato al cospetto del lago di S. Giustina. Il castello, antichissimo, è il frutto della ricostruzione effettuata da Bernardo Clesio in epoche successive a causa di alcuni disastrosi incendi. Difendono il cortile del palazzo baronale quattro porte. Poco resta del palazzo primitivo che si stringeva attorno ad una grande torre quadrata. Sul portale d'ingresso c'è lo stemma coi due leoni dei Clesio, la data di ricostruzione postclesiana (1597) e le sigle del ricostruttore, Aliprando. I lavori di ristrutturazione furono eseguiti secondo i canoni del rinascimento e per le decorazione esterne fu chiamato Marcello Fogolino. Rinascimentale è pure il portico a sinistra dell'entrata interamente affrescato con fregi, stemmi, allegorie, grottesche e una deliziosa scena di vendemmia. Il palazzo è affiancato da due massicce torri a pianta quadrata: la Tor de là, più antica, e la Tor de qua. La parte più notevole del palazzo è la Sala, che ha il soffitto a cassettoni in legno scolpiti e dipinti con stemmi dei Clesio e dei Wolkenstein, fregi, allegorie e grottesche. Il castello fu sempre dei Clesio e fu feudo vescovile fin dalla nascita del principato.
Storia in breve
Chiese e palazzi
Di fronte alla chiesa, al margine della vasta piazza, si erge il Palazzo Assessorile. La prima notizia documentata è del 1356, anno in cui Iosio di S. Ippolito comperò il fabbricato da Giovanni del fu Arpone di Cles. Il palazzo fu ricostruito e fatto affrescare nel 1543 da Ildebrendo di Cles e passò nel 1679 al comune che lo cedette al Governo vescovile quale sede dell'Assessore delle valli del Noce. Sopra il gotico portale c'è il grande stemma a fresco dei Clesio. La facciata è movimentata da quattro bifore gotiche lobate, da merli, feritoie, due caditoie per facciata al coronamento e da uno sporto sostenuto da grosse mensole di pietra. All'interno, alcune stanze conservano i vecchi soffitti lignei. I lavori di riordino della piazza antistante il palazzo hanno messo in evidenza il perimetro del cinquecentesco edificio destinato a casa della Decima, poi fontico del pane, demolito nel 1929. Accanto sorge il piccolo monumento che accoglie la copia della Tabula Clesiana.
Nel rione di Spinaceda si trova la chiesetta di S. Antonio, annessa la convento dei Francescani. All'interno si trovano diversi dipinti tra cui L'Assolorata di Unterperger e, nel refettorio annesso al convento, un'Ultima cena di Giuseppe Alberti.
Altra chiesa notevole è quella di S. Vigilio, nel rione di Pez. La prima notizia è del 911. Sarebbe la più antica chiesa della borgata e sul suo sagrato si raccoglievano a parlamentare i capifamiglia di Cles assieme ai rapresentanti della popolazione. Come tutte le vecchie chiese anauni, ha il tetto a due ripidi spioventi ricoperti di scandole e campaniletto a cuspide. Il portale è rinascimentale e, sulla facciata, vi sono tracce d'affresco. Interessante l'interno, a soffitto ligneo ed abside romanica illuminata da tre finestrele fortemente stombate. Nella calotta dell'abside campeggia un grande Padre Eterno a fresco con i simboli dei quattro Evangelisti dell'inizio del Quattrocento. Dietro l'altare, Madonna con Bambino e graffito del 1543. Pregievole pure il Giudizio Universale, rappresentato sulla parete destra della fine del Quattrocento.
A Caltron si trova la chiesetta di S. Lucia, costruita prima del 1326 e riedificata nel XVII secolo. All'interno, notevole è l'altare dorato intagliato, opera dei fratelli Ramus.

Testo di Barbi Fabrizio modificato da Enrosadira
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